
In macchina adoro calarmi drink sonori alternativi, ma anche puttanate scioccanti, come Satisfaction di Benni Benassi o i podcast di 24 h by Macchianera. Ciò mi farcisce di rollerblade lo sterno, riempie la mia anima di strobo licantrope. Con la musica sono un po' come Tarantino per i film, so apprezzare il dark side of the moon della troglo-art. Bellissimo andare pieno di whisky e di glamour sulle strade polverose e lanceolate, con Mina che sanguina ormai un sangue che è velamox, e sniffa farina di cocco dalla scollatura, e gli occhiali che riducono a una larva notturna il più smargiasso solleone.
Il viaggio per arrivare da Wilcott l'ammazzaproverbi è parso durare pochi minuti. Beh, del resto per fare un kilometro non è che ci vuole tutta questa stringa al calendario. Poi, con una dignitosa Scevrolé... Ma poi, perché diamine venire da Wilcott? Vorrei non averlo mai pensato, ma ora ci siamo, potrebbe essere divertente come disegnarsi Kojack sul palmo della mano e schiaffeggiarsi sott'acqua, al polo nord, mentre attorno degli orsi polari fanno nuoto sincronizzato.
"Sai, non ricordo più come è fatto."
"Siamo sicuri di averlo incontrato una volta, questa minchia di Wilcott?" Dice brutalmente Mina.
"Siamo sicuri che esista?" Dopo questa ci mettiamo a ridere come dei cardinali avvinazzati, a piegarci in due come crepes, a colpirci il palato, mentre Lanny kravitz passa, sempre più viola aderente, e ci regala la sua smorfia da nano sexy, oppure, come direbbe Pasolini, da crumiro borghese. Deve avere un piccolo villino da queste parti, pieno di piante ricciolute e vegetazione meticcia, lo esigo. Mentre rido da morire ho la presenza di spirito di domandari se quando fa la doccia si toglie gli occhiali a goccia. A goccia, doccia...ahahahah. Ma poi scopro che non me ne importa nulla. Rileggo la lettera anonima che mi spedirono, in cui si diceva che Lenny portava la dentiera, e smetto di ridere, e dunque, di essere un uomo.
Strascicandoci dal ridere arriviamo a una specie di involucro di casa per film western, pieno di vaiolo calcareo di lumaca. C'è un cartello, sta scritto: "Da Wilcott", ma solo se lo si legge al contrario. in realtà sta scritto "ttocliW aD". Sopra c'è un orologio che sembra muoversi ma è fermo, no, si muove, ma è il vento, non è un orologio, è Demetra Humpton.
Entriamo, ma prima abbiamo dovuto cucire una brutta ferita a Tina Pica, l'unico modo per sbloccare la porta di entrata girevole. Una lunga passarela sotto la pergola, tavolotti slavi, inamidati. il laghetto rovente, cristallino sotto la palafitta. Qui i pesci nuotano tutti in calze di nylon di 10 denari, uno spettacolo per gli occhi. In pratica un locale costruito su un pontile. In fondo, seduto troviamo quello che dovrebbe essere Wilcott, un vecchio saggio barbuto, capellone, epatrofico, bikini ai piedi scalzi, caffetano bianco e cappello western.
"Possiamo sederci?"
Lui annuisce. Ora che lo vedo bene, c'ha una testa di anguilla che gli spunta da un orecchio e la coda dall'altro orecchio. Non che la cosa mi ferisca o mi induca a chidere asilo politico, ma sarebbe stato meglio due biscotti e il caffè.
"Scusa Wilcott, ho l'impressione di conoscerti da tempo, di essere tuo amico, ma in questo momento quasi non mi ricordo di te, come mai?"
Lui guarda la pergola, poi il lago, ci fissa con i suoi piccoli occhi chiari e penetranti e alla fine dice, con dolcezza:
"Vuoi che gioci a crash bandicott col tuo deratano?"
"Ma tu ti ricordi di noi?"
"Dovevate essere qua tre ore fa, emerita coppia di pirla. Ho dovuto cacciare i clienti perché né il cuoco né la portavivande si erano ancora fatti vivi. Ho provato a cucinare io, porco mondo, mi si è infilata un'anguilla del cacchio nel cervello. E' davvero un'arte difficile quella del cuoco, ti raddoppio lo stipendio, lurido maiale drogato, ma non lasciarmi, gli affari morirebbero come ciliegie in un fruttetto abbandonato. C'è tanto vento, l'insegna si è girata. E' venuta Tina Pica in cucina. Doveva partorire, ma lì c'erano troppe mosche! Mi ha chiesto un parto cesario, le ho aperto la pancia con lo shogun per gli arrosti e ho tirato fuori um bimbetto deforme, vestito ma carbonizzato. un orrore. Già camminava, non so nemmeno dove si è infilato."
"Cioè... siamo tuoi dipendenti?"
Mi molla uno schiaffo, riesco a schivare, ma batto con la testa sull'ancora ornamentale.
"Ma tu non sei quello che ammazza i proverbi?"
"Oh sì, " risponde eccedendo nella mimica.
"Dimostralo." Domanda Mina con civettuola aria di sfida, incrociando le braccia sotto il senone ormai sgusciato fuori dal caldo e dal calcolo sbagliato per il vestito nero. Wilcott rimane a bocca aperta per diversi minuti.
"Ok, " dice alla fine, "ok..."
Il viaggio per arrivare da Wilcott l'ammazzaproverbi è parso durare pochi minuti. Beh, del resto per fare un kilometro non è che ci vuole tutta questa stringa al calendario. Poi, con una dignitosa Scevrolé... Ma poi, perché diamine venire da Wilcott? Vorrei non averlo mai pensato, ma ora ci siamo, potrebbe essere divertente come disegnarsi Kojack sul palmo della mano e schiaffeggiarsi sott'acqua, al polo nord, mentre attorno degli orsi polari fanno nuoto sincronizzato.
"Sai, non ricordo più come è fatto."
"Siamo sicuri di averlo incontrato una volta, questa minchia di Wilcott?" Dice brutalmente Mina.
"Siamo sicuri che esista?" Dopo questa ci mettiamo a ridere come dei cardinali avvinazzati, a piegarci in due come crepes, a colpirci il palato, mentre Lanny kravitz passa, sempre più viola aderente, e ci regala la sua smorfia da nano sexy, oppure, come direbbe Pasolini, da crumiro borghese. Deve avere un piccolo villino da queste parti, pieno di piante ricciolute e vegetazione meticcia, lo esigo. Mentre rido da morire ho la presenza di spirito di domandari se quando fa la doccia si toglie gli occhiali a goccia. A goccia, doccia...ahahahah. Ma poi scopro che non me ne importa nulla. Rileggo la lettera anonima che mi spedirono, in cui si diceva che Lenny portava la dentiera, e smetto di ridere, e dunque, di essere un uomo.
Strascicandoci dal ridere arriviamo a una specie di involucro di casa per film western, pieno di vaiolo calcareo di lumaca. C'è un cartello, sta scritto: "Da Wilcott", ma solo se lo si legge al contrario. in realtà sta scritto "ttocliW aD". Sopra c'è un orologio che sembra muoversi ma è fermo, no, si muove, ma è il vento, non è un orologio, è Demetra Humpton.
Entriamo, ma prima abbiamo dovuto cucire una brutta ferita a Tina Pica, l'unico modo per sbloccare la porta di entrata girevole. Una lunga passarela sotto la pergola, tavolotti slavi, inamidati. il laghetto rovente, cristallino sotto la palafitta. Qui i pesci nuotano tutti in calze di nylon di 10 denari, uno spettacolo per gli occhi. In pratica un locale costruito su un pontile. In fondo, seduto troviamo quello che dovrebbe essere Wilcott, un vecchio saggio barbuto, capellone, epatrofico, bikini ai piedi scalzi, caffetano bianco e cappello western.
"Possiamo sederci?"
Lui annuisce. Ora che lo vedo bene, c'ha una testa di anguilla che gli spunta da un orecchio e la coda dall'altro orecchio. Non che la cosa mi ferisca o mi induca a chidere asilo politico, ma sarebbe stato meglio due biscotti e il caffè.
"Scusa Wilcott, ho l'impressione di conoscerti da tempo, di essere tuo amico, ma in questo momento quasi non mi ricordo di te, come mai?"
Lui guarda la pergola, poi il lago, ci fissa con i suoi piccoli occhi chiari e penetranti e alla fine dice, con dolcezza:
"Vuoi che gioci a crash bandicott col tuo deratano?"
"Ma tu ti ricordi di noi?"
"Dovevate essere qua tre ore fa, emerita coppia di pirla. Ho dovuto cacciare i clienti perché né il cuoco né la portavivande si erano ancora fatti vivi. Ho provato a cucinare io, porco mondo, mi si è infilata un'anguilla del cacchio nel cervello. E' davvero un'arte difficile quella del cuoco, ti raddoppio lo stipendio, lurido maiale drogato, ma non lasciarmi, gli affari morirebbero come ciliegie in un fruttetto abbandonato. C'è tanto vento, l'insegna si è girata. E' venuta Tina Pica in cucina. Doveva partorire, ma lì c'erano troppe mosche! Mi ha chiesto un parto cesario, le ho aperto la pancia con lo shogun per gli arrosti e ho tirato fuori um bimbetto deforme, vestito ma carbonizzato. un orrore. Già camminava, non so nemmeno dove si è infilato."
"Cioè... siamo tuoi dipendenti?"
Mi molla uno schiaffo, riesco a schivare, ma batto con la testa sull'ancora ornamentale.
"Ma tu non sei quello che ammazza i proverbi?"
"Oh sì, " risponde eccedendo nella mimica.
"Dimostralo." Domanda Mina con civettuola aria di sfida, incrociando le braccia sotto il senone ormai sgusciato fuori dal caldo e dal calcolo sbagliato per il vestito nero. Wilcott rimane a bocca aperta per diversi minuti.
"Ok, " dice alla fine, "ok..."
(Continua...)
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