venerdì, 22 settembre 2006
Freak

Stavo sognando Gabriel Garko che inghiottiva limoni esplosivi, e ballava dalle deflagrazioni, senza splattellarsi, in un giardino cinese bianco. Era un bel sogno, divertente; di solito, quando mi liquorifico la sera, sogno sempre maiali neri raglianti con grandi orecchie in fiamme, che vagano disperati in sentieri rurali spiralidosi. Questo mi angoscia e mi lascia addosso un'innaturale terrore per qualunque forma di barbecue.

Le voci sono entrate nel mio sogno come lame di Ghemon. Riconosco la voce da Toshiro Mifune del padrone di casa: illustra i pregi dell'abitato, forse a qualcuno, o forse anche lui ha ingollato il Chivas e crede che ci sia un giapponese intelligente nella stanza. Non mi scompongo, sono abituato, mio malgrado, ad avvertirmi come un corpo intero e a queste effrazioni legali, e poi se provo ad alzarmi la nausea universale distruggerà il mondo, evento che per amore di Barbara Chiappini volentieri eviterei al pianeta.
La mattina rotolo in cucina con le stampelle magiche del bevitore, e chi ti vedo? Lo Yeti, lo yeti in persona. A questo punto, se fossimo in un film americano rispettabile, dovrei dire: Merda, ma questa è solo la realtà, ben più educata e forbita della finzione.

Il frigo è aperto, svuotato, ferito; sul tavolo cibo promiscuo, morso, fritto, abominevole.
Una vista che fa capire quanto sia infinitamente più impudico nutrirsi che procreare.
Lo Yeti, piegato su se stesso dalla crapula, scaraventa piano la roba in bocca, guardando il fondoschiena al nulla. Mangia da automa, le briciole e i sughi fanno action panting sul barbone niveo, papocchiano il pavimento.

Il villoso si accorge di me, scuote via il funerale dalla persona, e per i postumi della sbornia, questo accade in un magico slow motion pieno di scintille:

"Oddio, scusa! Pensavo che ti saresti svegliato più in là, scendo a comprarti qualcosa per la colazione, so dove sono i soldi."

Lo fermo con la bacchetta luminosa di star wars, che ho rubato dalla tomba di Silvia Koshina.

"Non ho fame, almeno finché non mi abbandonerà questa sciocca impressione di trovarmi a New York, in un bunker antiatomico."

Lo Yeti si rilassa, prende della carne cruda, ne attacca i brandelli con la colla poi mastica, impoltiglia.

"Perché ti fai questo?"

mi guarda come se avesse davanti uno stupido erborista a cui degli alieni invisibili stanno formattando il cervello con delle pietrine d'accendino. Una risata brutale piove dal soffito ondulato e polveroso, che anche oggi continua a borbottare.

"Senti, voglio risponderti come se mi trovassi davanti una persona normale, perché ne ho bisogno. La vita è un inferno, mi faceva schifo il Tibet, mi fa ancora più schifo questo luogo,  e faccio le cose perché altrimenti impazzisco. Gli uomini mi annoiano, le donne non so se le apprezzerei se non avvessero l'inguine, e comunque, anche le più belle sono lì certe volte, afflitte dalla diarrea, e questo è francamente inammisibile in un mondo governato dall'allucinazione di un'estetica eternamente perfettibile.
E' un odio corrisposto, tutti disprezzano lo Yeti, mi dipingono come un mostro, come un ebete, come uno che esiste solo per Rainold Messner, ma tutto questo è assurdo, è assurdo! Per questo mangio, non sono niente
."

Cerco di fargli da prozac, prendo confindenza, appoggio una mano sulla sua spalla batuffolosa:

"Non sei niente? Ma tu sei lo Yeti! Capisci? Una leggenda vivente! Milioni di persone e di alieni pagherebbero per essere te, anche così come sei."

Parla con la bocca piena, grattandosi la nuca con il coltello:

"Ma che vuol dire, sono lo Yeti? La leggenda è dovuta alla mia clandestinità, al mio houdinismo, ora che sono scoperto, sono un pirla qualunque, un umanoide sgraziato che trova delizioso mangiare spaghetti fatti con il solo nastro delle musicassette."

"Ok, fai come vuoi. Adesso scendo, devo farmi stringere il cranio dal testaio, mi si è allargato un'altra volta, ne parliamo dopo. Per favore, dopo cerca di pulire."


 
Postato da: Fricat at 13:34 | link | commenti
Categorie: diario

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